Aragosta da biblioteca

“Si accorsero allora che solo la vita simile alla vita di chi ci circonda, la vita che si immerge nella vita senza lasciar segno, è vera vita, che la felicità isolata non è felicità, tanto che un’anitra e l’alcool, se unici della città, non sembrano più nemmeno anitra e alcool.”
Boris Pasternak

Il calore dell’estete caribeña chiazza di rosso la cigolante porta di vetro della biblioteca, dietro la quale quattro bambini arruffati e sudati lanciano pietre ai manghi non ancora maturi. Aspettano che io apra loro la porta della biblioteca.

E’ appena terminato il primo periodo d’esami scolastici a Puerto Cabezas, subito seguiti dalle vacanze pasquali, dove si svuotano le scuole, le strade e si riempono le spiagge (per una volta) oniricamente pulite, decorate da bandiere e da improbabili bagnini della croce rossa in divise di lycra, rossetto e orecchini. Alla mia domanda intimidatoria circa la voglia di tornare in biblioteca a studiare, leggere e disegnare come grandi artisti, tutti, con sorrisi timidi e sornioni dicono ‘si’. Sono sinceri.  Questo perché la biblioteca della Fundación Marijn è molto più di una canonica biblioteca nella quale il silenzio è spesso e il lavoro è individuale e solitario. Nella biblioteca dove lavoro brulica orgogliosamente la vita e si dibatte di diversità sessuale, affetto familiare, buone maniere, interculturalità e primi amori. Adolescenti e bambini costituiscono il novanta per cento degli utenti della biblioteca, di cui un settanta per cento viene per svolgere compiti scolastici.

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Prima di scrivere del metodo di lavoro adottato (che si risolve soprattutto nell’approccio comunicativo e nella suddivisione dei tempi da dedicare ai ragazzi), vorrei spendere qualche parola sulla condizione dell’insegnamento a Bilwi e su alcune lacune che questa porta con sé.

La popolazione della biblioteca proviene nella sua totalità da scuole pubbliche e difetta di materiale scolastico, di libri più di ogni altra cosa. Il novantacinque per cento dei compiti assegnati si svolgono in spagnolo, il restante cinque in miskitu (circoscritti alla scuola primaria). L’educazione linguistica miskitu, infatti, viene garantita secondo il progetto bilingue-biculturale approvato dal governo sandinista nel 1981 e attuato a partire dall’anno 1984 nelle classi pre-scolari e primarie. Questo progetto garantisce un apprendimento elementare del miskitu, il quale si limita in questo modo all’ambito familiare e come ornamento di quello scolastico, senza sviluppare una vera e propria coscienza e ricchezza linguistica. Alcuni lo riprenderanno poi all’università a seconda della carriera intrapresa (tra le altre medicina).

    Il percorso scolastico è formato da cinque anni di scuola primaria e sei anni di scuola secondaria, ed i libri scolastici sono classificati secondo una numerazione progressiva che va da uno a undici. Le classi sono per la maggior parte sovraffollate e all’interno di ciascuna si incontra una disomogeneità d’età consistente, dovuta al fatto che molte famiglie si spostano dalle comunità alla città, iscrivendo i figli in età già avanzata. Nelle comunità è garantita spesso solamente l’educazione primaria e quasi esclusivamente in miskitu.  Oltretutto, le spese scolastiche relative all’uniforme ed al materiale sono a volte esose per l’economia domestica, ritardando così l’iscrizione. Un altro fattore si può identificare nella nececessità di una presenza costante dei figli maggiori (che si prendono cura dei più piccoli) nelle case a causa dell’assenza dei genitori occupati nel lavoro. Sembra, però, che da poco tempo sia stata approvata una legge che regola l’età scolare (non posseggo ancora molte informazioni al riguardo). Non solamente, infatti, si incontrano casi di bambini di undici anni arenati al secondo o al terzo grado, ma anche universitari di sedici anni e professori di ventitrè.

Nel passaggio dalla primaria alla secondaria i compiti assegnati restano pressapoco invariati sia nel metodo che nel contenuto,  cambiando solamente nella complessità dell’elaborazione. La forma di lavoro più utilizzata dai professori è l’investigazione, privata però d’approccio critico, metodologico e (apparentemente) assegnata sempre prima che l’argomento venga affrontato in classe. Questo comporta lo sviluppo delle uniche due attività di reperire informazioni e copiarle senza nessuna logica, interesse o rielaborazione del materiale investigato. La stessa suddivisione delle materie è a volte lacunosa: gli studi sociali comprendono argomenti ripetuti di geografia, la storia è più che trascurata, l’educazione civica affronta temi di filosofia e sociologia inseriti in una visione morale di forte istanza religiosa. Inoltre, la grande e massiccia presenza della religione cristiana nella vita sociale di Puerto Cabezas – la qual religione si fa carico quasi della totalità della promozione del processo educativo – fa si che alcuni argomenti come la diversità sessuale, l’aborto, la differenza religiosa, l’educazione sessuale vengano considerati tabù, lasciando molti adolscenti con lacunosi dubbi e pericolose credenze.

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Qui si inserisce il lavoro del volontario occupato formalmente nella semplice mansione di garantire il prestito di libri agli utenti della biblioteca. All’interno di questo elementare gesto comincia un processo educativo che riguarda tre macro-aspetti:

  1. Cura della comunciazione e rispetto dello spazio
  2. Sviluppo di una coscienza critica
  3. Trasmissione di passione

I tre aspetti ruotano intorno ad un punto catalizzatore che sono i libri e la ricchezza in essi contenuta e stabiliscono una relazione di inter-dipendenza  nella quale uno favorisce la crescita dell’altro. Il primo aspetto aiuta a conoscere le regole di convivenza e promuove un’attitudine positiva che si riflette emozionalmente nell’associazione di uno stato di calma, serenità e interesse al momento della lettura e dello svolgimento dei compiti, gettando così il seme della passione. Nel secondo si inseriscono la discussione di tematiche sconosciute o ostili facendo affidamento sull’intelligenza delle domande e sulla conoscenza empirica; l’insegnamento di metodi di ricerca analitica e l’elabarazione di una sintesi efficace e puntuale; il bagaglio d’interculturalità che il volontario trae con sé, sinonimo di elasticità e malleabilità mentale, viaggiando con i ragazzi pur stando fermi. Una coscienza critica avvalora la relazione con l’altro e lo spazio nel quale agisce creando connessioni e legami proficui e stabili. L’ultimo aspetto parte, da un lato, direttamente dalla personale passione del volontario, in quanto la elevata capacità d’imitazione di bambini e adolescenti fa si che questo sentimento passi a loro per osmosi. Dall’altro lato, la passione filtra nella riconsiderazione dell’argomento affrontato in forma di gioco, di racconto, d’aneddotti, d’utilità pratica e di curiosità per il nuovo. Ciò che genera passione, sappiamo bene, comprende e supera tanto un comportamento postivo quanto l’acquisizione di coscienza critica.

Questi aspetti mi sembrano i più impellenti e semplici da comunicare. Altra questione pratica è il tempo da dedicare ad ognuno di loro, secondo le differenti necessità e richieste, camminando sul sottile filo della comunicazione senza perdere l’equilibrio degli sguardi e delle parole.

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Rossa di polvere del cammino e con antenne d’aragosta per captare malumori, gioie e curiosità, spengo le luci della biblioteca con un raro fiore di gelsomino nella mano e un foglio pieno di parole miskitu in tasca (guadagni del giorno), sguazzando nelle oceaniche soddisfazioni dell’insegnamento che si fa lezione, “della vita simile alla vita di chi ci circonda”.

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